Quali impressioni si possono trarre da una visita a un progetto in Sud Sudan, un paese segnato da migrazioni forzate e insicurezza alimentare? Il nostro direttore Adrian Förster racconta la sua esperienza.

Questo viaggio mi ha mostrato quanto la crisi e la capacità di resilienza in Sud Sudan siano strettamente legate e quanto sia fondamentale che i bambini ricevano cure mediche, protezione e istruzione.

Adrian Förster Direttore Save the Children Svizzera

Aiuti in condizioni difficili

Piove a catinelle mentre il nostro aereo atterra a Giuba, la capitale del Sud Sudan. Sotto di noi c’è un paesaggio verde e tranquillo, attraversato dall’acqua. Anche nelle vie della città, costituite per lo più da capanne a un piano, quasi nulla si muove. Quando piove, la vita si ferma.

Visita a un ospedale locale a Bor

La mattina successiva voliamo verso Bor e visitiamo l’ospedale locale. La città è un insieme di capanne e tetti di lamiera ondulata. Sulle vie sterrate rosse e frastagliate i tuk-tuk e i veicoli delle ONG arrancano attraverso profonde buche.

Negli ospedali la crisi alimentare si fa sentire chiaramente: le madri che allattano cercano di recuperare le forze e molti bambini sembrano esausti. Allo stesso tempo si nota con quanto vigore si lotti contro la denutrizione. Su diversi fuochi, un gruppo di donne cucina riso con salsa alle arachidi. «Non vogliamo dipendere sempre dagli aiuti alimentari delle ONG», dice una di loro. Vogliamo autonomia e dignità.

I pasti vengono distribuiti alle madri e ai bambini a rischio di denutrizione, seduti in attesa davanti all’ambulatorio per le visite. Negli occhi dei più piccoli si legge stanchezza, ma occasionalmente spunta anche qualche risata smorzata.

Madri e bambini attendono davanti all’ospedale sostenuto da Save the Children a Bor.

L’ospedale di Bor sostenuto da Save the Children, dove si salvano vite di bambini colpiti da denutrizione acuta.

Le donne cucinano insieme nel terreno dell‘ospedale

Emergenza insostenibile e aiuti instancabili

Nell’edificio accanto mi rendo conto della rapidità alla quale la spossatezza possa trasformarsi in una minaccia per la sopravvivenza. Dodici letti sono stretti uno accanto all’altro sotto un vecchio tetto di lamiera arrugginito. I bambini sono colpiti dalla malaria o indeboliti dalla denutrizione. Fuori la pioggia batte sul tetto, mentre all’interno il personale lavora instancabilmente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Quello che vedo qui è una conseguenza della situazione nel paese, dove milioni di persone sono costrette alla fuga dai conflitti e i raccolti vanno persi a causa di siccità e inondazioni. Per le famiglie e i bambini la fame e la povertà sono all’ordine del giorno.

Per le famiglie e i bambini la fame e la povertà sono all’ordine del giorno.

Maban: la vita nei campi profughi

Nel Nord-Est del paese si trova Maban, un distretto remoto in cui oltre 200’000 persone convivono in quattro campi per rifugiati estremamente spogli. Eppure qui, tra sfollamenti e carestia, riscontro soprattutto una cosa: una forza impressionante. Un’insegnante con sette figli fa lezione gratuitamente a 72 bambini rifugiati. In un altro campo incontro Rugaya. Fuggita incinta dal Sudan, oggi sta crescendo due figli e si impegna per proteggerli da sfruttamento e violenza.

Quando lascio il Sud Sudan, nei miei ricordi serbo soprattutto gli incontri con bambini che riescono comunque a ridere, madri che raccolgono le loro ultime forze e persone come Rugaya o l’insegnante di Maban, che portano protezione e speranza.

Adrian Förster unterwegs in einem der vier Flüchtlingscamps in Maban im Norden des Landes.

Oltre 200’000 persone convivono in quattro campi per rifugiati estremamente.

Aiuto alimentare in uno dei quattro campi profughi di Maban.